IL COVID SPIEGATO DAI BAMBINI DI FATA

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Inondati da informazioni contradditorie, ansiogene, a volte ridondanti, abbiamo pensato di mettere una pausa a informazioni super tecniche e scientifiche e di chiedere ai nostri bambini di spiegarci cos’è questo Covid-19, e loro ci hanno risposto nel loro fantastico e favoloso modo, quello di chi ascolta quello che gli succede attorno con le orecchie del cuore.

“Questo Corona virus è un virus che fa schifo, a forma di corona, come anche quelle che si mettono in testa i re, oppure anche ha un po’ la forma di una nuvola bianca, che si è sviluppato in Cina e disteso in tutto il mondo.

Quando uno si ammala è molto pericoloso, perché si può attaccare facilmente se starnutisci, tossisci e tutto quanto puoi fare. Se poi sei malato, non puoi andare in ospedale da solo, perché poi lo attacchi agli altri ed è un guaio. Devi chiamare e vengono loro a soccorrerti, perché gli infermieri e i dottori sono super protetti e sanno bene quello che devono fare.

Per proteggerti devi tenere le mascherine e i guanti e anche le distanze. E’ molto importante anche lavarsi le mani, perché questo virus è formato come da particelle di una parete d’acqua e il sapone è più forte e può levare lo sporco dalle mani più facilmente.

La mascherina funziona contro il virus perché protegge e blocca le goccioline di saliva. Se uno non ha la mascherina ci lancia lo sputo della saliva, e non è carino. Oppure starnutisce, e anche se non c’è nessuno lì vicino a lui, non lo vede che ha lasciato le goccioline dello starnuto. Arriva poi un altro che dice: ‘va che bello qui non c’è nessuno posso togliere la mascherina e poi invece trac si ammala’

Il Covid non ci fa paura, perché se seguiamo le regole e ci comportiamo bene riusciamo a combatterlo e a vincere il male. E’ tutta questione di stare attenti.”

Per concludere abbiamo poi chiesto quando secondo loro potremo dire di esserci liberati di questo virus. Le risposte sono state molto diverse:

“Beh, non lo sappiamo mica. Secondo me ancora per un anno”, ha detto qualcuno. “Finirà il giorno del mio compleanno”, ha detto qualcun altro. Qualche altro bambino, più pessimista, ha invece preannunciato che potrebbe durare anche cinque anni. Ma noi tutti siamo ben più felici di credere alla teoria di una meravigliosa bambina di 9 anni, che ha preannunciato che finirà il 17 gennaio. Un giorno qualsiasi, non è nemmeno il compleanno di qualcuno. Che sia una premonizione? 😊

Parola d’esperto | Il confronto fra mamme

La gravidanza e la maternità sono senza dubbio esperienze totalizzanti nella vita di una donna, la quale vive il proprio ruolo di madre in modo sempre diverso. Denominatore comune è però l’insorgere di dubbi e incertezze non solo durante l’attesa, ma anche successivamente. Se da un lato la frenesia, il lavoro e le continue richieste possono rendere difficile la maternità facendo spesso sentire le mamme stanche e sole, dall’altro, può manifestarsi un senso di vergogna: non si osa dire quello che si fa con i propri bimbi per paura di aver sbagliato, non si osa dire che ci si arrabbia con i figli, non si osa dire che alcune giornate sono proprio negative, convinti che una volta che si diventa mamma, ‘la gioia più grande’, non si debba far fatica. Ecco perché prendersi cura di sé e del proprio benessere psicologico è fondamentale. Spesso, nel momento in cui si ricopre il ruolo di mamma, capita di trascurare i propri vissuti emotivi e avere la possibilità di condividere esperienze simili all’interno di uno spazio di ascolto può donare beneficio, in quanto aiuta a dare senso e significato a questi vissuti e ad abbandonare il senso di colpa di un dover essere una mamma perfetta. Una mamma deve sentirsi libera di esprimere quello che sente, senza sentirsi sola o discriminata. Il confronto fra più mamme, infatti, rappresenta un momento costruttivo in cui ci si scambiano informazioni e notizie utili. Purtroppo però, poiché nella società odierna c’è la tendenza a giudicare le scelte altrui, questo tipo di confronto può trasformarsi in una competizione tra mamme, generando in alcune di esse nuove insicurezze: si comincia a dubitare delle proprie capacità di madre, non ci si sente mai abbastanza all’altezza… e così dubbi e preoccupazioni si riversano inevitabilmente sui bambini. Ma la maternità, e tanto meno l’infanzia, non sono una gara; il confronto tra mamme, anche grazie al supporto di un professionista, serve a creare uno spazio sicuro di ascolto e condivisione per alleviare le fatiche che gravidanza e maternità spesso comportano.

Secondo il parere della dottoressa Chiorazzo “Quello che più colpisce nell’esperienza del lavoro con le mamme è il forte senso di solitudine: ‘con un figlio non sarai più sola, ti occuperai di lui sempre’, ma non è così. Una madre può sentirsi sola in sala parto anche se circondata da amici e parenti, sola a casa quando il compagno non c’è o quando al rientro a lavoro nessuno capisce quanto ci si possa sentire sollevati o, al contrario, stanchi. Da tutte queste sensazioni scaturisce l’idea del fallimento, poiché essere madre dovrebbe significare essere sempre felice e grata. Ma non sono le mamme ad essere sbagliate; quello che è successo a una è capitato a tutte. L’importante è chiedere aiuto”.

“I gruppi”, ribadisce la psicologa, “sono realmente dei momenti attraverso cui valorizzare e sostenere i cambiamenti che la maternità comporta, superando ostacoli e favorendo la crescita personale e lo sviluppo di nuove risorse. Insieme contribuiamo ad aumentare la consapevolezza della nuova identità di mamma che deve armonizzarsi con quella di donna, in una continua completa evoluzione. Nei gruppi, ci saranno altre mamme, degne compagne di viaggio che renderanno più leggeri anche i momenti più duri”.

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L’importanza del mare

Lettera di un’educatrice ai bambini di Fata.

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Io non so cosa voglia dire vivere in una casa con tanti bambini, che non sono tuoi fratelli e tue sorelle, e con adulti che non sono i tuoi genitori.

Io non posso immaginare cosa significhi ritrovarsi in un nuvolone nero di sentimenti che ti stanno stretti ogni volta che pensi a mamma e papà.

Io non so cosa voglia dire ritrovarsi ogni giorno a ricostruirsi, mettendo insieme i pezzi, con la paura di non riconoscersi, o di riconoscersi troppo in qualcuno che si teme.

Tante cose io non so, nonostante i tanti insegnamenti di vita che bimbi come voi ogni giorno, da tanti anni, mi state dando.

Però vi ho guardati, ammirati, vi ho accompagnati negli anni a scuola, nell’incontrare chi ha deciso al posto vostro, cercando di fare il vostro bene, oppure pensando solo a se stessi. Vi ho visto piangere, ma molto più spesso ridere. Vi ho visto cadere, ma molto più spesso alzarvi in volo con una forza inimmaginabile.

Una delle cose più belle, però, è stato vedervi in vacanza. Bambini che non avevano mai conosciuto il mare, o semplicemente che non avevano mai potuto permettersi il relax, il rilassarsi, il distrarsi da tutto e lasciarsi andare a vivere la giornata.

Meravigliosi, nel giocare senza pensieri. Pensieri e preoccupazioni lasciate a casa, temporaneamente rinchiuse in una gabbia del “quotidiano” che in vacanza non è concessa, è troppo pesante da trasportare nei bagagli insieme ai costumi e agli ombrelloni.

Ho visto tante persone andare in vacanza, ma nessuno mi è mai parso libero come voi, bambini speciali, quando giocate sulla sabbia. Forse, chi ha pesi enormi sulle spalle, quando può concedersi di lasciarli a terra, può volare molto più in alto degli altri.

 

Per questo servono le vacanze, per questo serve il mare, la montagna, il poter partire. Per lasciare per un po’ preoccupazioni pensieri e paure. E giocare per un pochino ad essere bambini spensierati. Spensierati come gli altri bambini