MARCELLO: DA FATA A VIGILE DEL FUOCO

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Mi chiamo  Marcello, e ora ho 23 anni e vivo a Castano Primo, in provincia di Milano.

Per tre anni e mezzo, da quando avevo 11 anni, ho vissuto in Fata e dico con gioia che ho avuto e ho tutt’ora la soddisfazione di aver vissuto e di esser cresciuto in una grande famiglia, dove ho potuto fare un grande percorso di vita e imparare moltissime cose.

Grazie alla comunità sono riuscito a trovare nella mia esistenza tutta quella positività che non riuscivo a trovare da solo, ma che sono riuscito invece ad avere grazie agli educatori, ai volontari e anche ai compagni che affrontavano con me quella stessa avventura.

Dopo il mio percorso in comunità sono rientrato a casa più forte, ho affrontato tutte le varie vicissitudini che ho incontrato e ho lottato per realizzare un sogno di quando ero bambino: il 27 aprile mi hanno decretato vigile del fuoco! Sto ancora studiando, ma il mio obiettivo è quello e sono determinato a raggiungerlo.

Essere cresciuto in questa enorme famiglia piena di attenzioni e impegno verso il prossimo mi ha permesso di tirarmi su ritrovando serenità e sicurezza, dandomi la fiducia di poter credere in me e nei miei sogni…Anche oggi, a distanza di tanti anni, ogni volta che arriva un nuovo giorno, apro gli occhi e mi ricordo pezzo per pezzo la mia vita vissuta assieme a persone speciali…E dentro me li amo come una famiglia!!

Un’abbraccio a tutti!!!!!!!

Marcello

UNA CAMPIONESSA tra di noi: piovono medaglie!

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Sabato 25 febbraio 2017 si è svolta la prima gara di Acrogym a livello agonistico per la nostra piccola S.

Grande era l’entusiasmo e l’emozione nel vedere la nostra giovane atleta mentre sfilava con la sua squadra Idrostar Gym: il suo sorriso e il portamento elegante ci hanno reso ancor più orgogliosi di essere lì con lei, per darle il nostro supporto.

  1. si è esibita in due coreografie, in coppia con due diverse atlete della sua squadra: queste giovani ginnaste hanno dimostrato di essere all’altezza della competizione, eseguendo i vari esercizi e le acrobazie con grande abilità.

I volontari presenti hanno fatto per noi numerose foto per immortalare questi momenti e noi tutti, coi bambini presenti, abbiamo fatto un gran tifo, con l’entusiasmo che ci caratterizza.

Che orgoglio vederti sul podio, piccola S, con la medaglia al collo del Primo e Secondo posto.

Vederti brillare come una stella ti ha ripagato di tutti gli sforzi e l’impegno di questo periodo! Brava piccola stella gialla e blu!!!!!!

La storia di Erika: un amore di bambina

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Erika è arrivata in FATA da una comunità mamma-bambino. A due anni si trovava in uno stato di abbandono fisico ed emotivo, la sua mamma era malata e sotto psicofarmaci e non riusciva ad occuparsi di lei con le dovute cure. La bimba era molto autonoma, si coccolava e persino si cantava le ninne nanne da sola. Sul suo papà non aveva mai potuto contare più di tanto, nemmeno quando erano a casa insieme, anche se quel periodo era durato molto poco. Quello che tutti notavano in Erika, oltre una grande irregolarità, per cui non aveva orari, stava sveglia di notte e dormiva a lungo di giorno e non mangiava correttamente, era una sensibilità particolarissima, in grado di cogliere le sfumature dell’umore dell’adulto e di adattarsi al suo stato d’animo. Probabilmente aveva dovuto fare allenamento, con una mamma un po’ imprevedibile come la sua.

Col trascorrere del tempo, Erika comincia a trovare all’interno dell’equipe educativa dei punti di riferimento, si rasserena, si stabilizza e tira fuori tutto quel lato spensierato e divertente che inizialmente teneva un po’ nascosto. Diventa una bambina solare, con due occhi brillanti e pieni di energia, amata da tutti i compagni della comunità e dagli adulti che con lei si interfacciano, volontari ed educatori. E’ indubbiamente anche una bambina molto determinata e testarda, con un carattere molto forte.

Inizialmente vede i genitori in Spazio neutro, poi però questi incontri le provano sofferenza e così i Servizi Sociali e il giudice stabiliscono che per lei la strada migliore è quella dell’adozione.

Trovano per lei due genitori molto coraggiosi e volenterosi, che devono mettere in gioco molte delle loro capacità e tirar fuori molta pazienza perché Erika fa molta fatica a lasciare la comunità e le persone che si sono prese cura di lei fino a quel momento. La coppia è molto unita, e riesce a rispettare i tempi della bambina, più lunghi di quello che si pensava inizialmente.

Erika ora è con dei nuovi genitori, persone speciali che l’hanno voluta profondamente e che ad oggi ritengono che lei sia un dono speciale, uno di quelli che fa pensare che il Natale viene anche in altri momenti dell’anno, se lo si cerca con gli occhi del cuore.

PIETRO E STEFANO, FRATELLI IN CERCA DI UNA MAMMA E UN PAPA’

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Pietro e Stefano sono proprio piccini quando arrivano in comunità. Mancano cinque giorni a Natale, ma per loro, che hanno solo diciotto e sei mesi, ancora è un giorno come tanti altri.

Entrano in un ambiente completamente nuovo, con tanti altri bambini e tante educatrici, dopo essere stati lasciati dai genitori al Servizio Sociale. Mamma e papà non riuscivano a occuparsi di loro, erano in difficoltà, non capivano quale fosse davvero il bene dei loro bambini e hanno preferito chiedere ad altri di prendersene cura.

Da subito sono apparsi due bimbi con caratteri molto diversi e con modalità differenti di approcciarsi all’altro.

Stefano, di sei mesi, non mangiava e non dormiva, era stato poco stimolato, non era abituato al contatto fisico, non faceva mai sorrisini e non seguiva neanche con lo sguardo chi cercava di parlargli.

Pietro, al contrario, era tutto abbracci e baci, affamato d’affetto. Non gli interessava chi fosse l’adulto che aveva davanti, bastava che lo guardasse e lui gli si gettava in braccio con entusiasmo, ricercando un po’ di affetto e di amore.

Durante la permanenza in comunità, i fratellini hanno costruito relazioni importanti con adulti che si sono piano piano scelti. Stefano è diventato meno diffidente e ha imparato a giocare con gli altri bimbi. Pietro, è diventato più selettivo, imparando a non ricercare amore da tutti, ma a scegliere le persone per lui speciali con cui legare. Entrambi hanno imparato a fidarsi degli adulti.

Hanno fatto un percorso di crescita non solo emotiva, ma anche fisica, aiutati anche da incontri di psicomotricità che hanno permesso loro di acquisire più sicurezza e più fluidità nei movimenti, recuperando una parte di insegnamenti che loro non avevano vissuto.

Inoltre nel tempo hanno continuato a incontrare i genitori, dapprima abbastanza spesso, poi pian piano sempre meno. E’ apparso chiaro che non ci sarebbero state le basi per una ricostruzione di un’unità familiare solida e positiva e che il futuro per i fratellini, per essere roseo, doveva essere indirizzato altrove.

Per loro alla fine è arrivato, dopo il secondo Natale trascorso in comunità, il momento di affrontare la nuova bellissima avventura dell’ adozione.

Il tribunale ha scelto di tenerli insieme, trovando per loro una famiglia senza figli, con molto entusiasmo e molte energie, che indubbiamente sono servite per costruire coi bambini un rapporto. All’inizio non è stato facile. Entrambi hanno messo alla prova i nuovi genitori, per assicurarsi di potersi affidare e fidare, per essere certi che queste persone non li avrebbero abbandonati di nuovo da qualche parte, che non si sarebbero arresi davanti ai loro aspetti più faticosi e difficili da gestire, che li avrebbero amati sempre e comunque.

La famiglia è stata bravissima, li ha accolti con coraggio e fermezza. Ha trovato un’armonia coi i bambini, collaborando anche con le educatrici che hanno accompagnato questo avvicinamento.

 Ora è trascorso un mese da quando sono andati via insieme, per iniziare la nuova vita.

Sembra proprio che sia nata una nuova famiglia desiderosa di fare tante cose insieme e di vivere al meglio tutte le fatiche e le gioie che si troveranno davanti. In bocca al lupo, piccoli fratellini!

Natale in famiglia per il nostro Christian

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Christian è arrivato in comunità cinque anni fa. Molto diffidente e strafottente all’apparenza, si è poi rivelato un ragazzino dolce e sensibile, con tante fatiche nel cuore che gli hanno fatto perdere la spensieratezza di bambino, facendolo sentire già grande. A prima vista sembrava un ragazzino chiuso, riservato, imbronciato e un po’ malinconico, ma bastava parlargli per capire come in realtà fosse tutta una messa in scena e come lui fosse ben diverso da come voleva apparire agli occhi degli altri.

Nel periodo trascorso in FATA Christian ha trascorso momenti belli ma ha anche affrontato problemi e difficoltà enormi per un ragazzino della sua età. Ha tentato anche la “soluzione” della fuga e ci ha fatto tanto preoccupare quando è scappato trascorrendo fuori tutta una notte (infinita per i suoi educatori). Ma la fuga è stata anche il momento di svolta: già il giorno successivo Christian è rientrato, chiedendo scusa e rendendosi conto che dalla sofferenza è impossibile scappare. La sofferenza non è legata a un luogo, ma ce la si porta dentro e se non la affrontiamo e non cerchiamo di superarla, sarà sempre con noi, ovunque andremo. Il raggiungimento di questa consapevolezza è stato il punto di partenza del cambiamento e della rinascita di Christian.

Ha infatti iniziato a vivere le cose con uno spirito differente, a cercare di ricostruirsi e di affrontare (e non di fuggire) le difficoltà vecchie e nuove. Ha deciso di dare una seconda opportunità al papà, dapprima aprendosi e tirando fuori il suo punto di vista con molta rabbia, poi, in un secondo momento, ascoltando le ragioni del padre e riuscendo così ad entrare in rapporto con lui in modo più sereno e costruttivo. Parallelamente, anche il papà ha iniziato un percorso di cura, aiutato dai Servizi Sociali e dagli operatori dello Spazio Neutro di FATA, che hanno lavorato sulla mediazione e sulla costruzione di un dialogo sano e autentico.

Padre e figlio sono così riusciti a instaurare una relazione significativa e proprio per Natale è arrivata la notizia ufficiale: Christian tornerà a vivere con il papà. Questo Natale ha portato davvero per loro nuove speranze, gioia e felicità. Auguri Christian, di tutto cuore da tutta FATA!

 

 

Andrea: in comunità per rimettere insieme i pezzi

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Andrea arriva in FATA nel 2013 e inizia a frequentare il centro diurno IL RIFUGIO. Questo perché la situazione all’interno della sua famiglia è molto faticosa: i genitori litigano di continuo, sono molto aggressivi e qualche volta violenti; spesso anche lui e il fratello vengono coinvolti in questi brutti conflitti. Le cose però peggiorano sempre più. Mamma e papà stanno male, abusano di farmaci e non sempre sono lucidi e adeguati con i figli. Il fratello di Andrea è maggiorenne e decide di allontanarsi da casa. Ma Andrea no e va protetto. Per questo i Servizi Sociali decidono che il centro diurno non basta più e Andrea viene inviato in comunità.

Per un primo periodo frequenta EOS, la comunità per i più piccini, poi, diventato grande, passa alla comunità EOS2, dove da subito instaura buone relazioni con gli altri ragazzini, tutti preadolescenti come lui. Il primo anno però è davvero molto difficile per Andrea: l’allontanamento dai genitori che, per quanto inadeguati, erano l’unico suo punto di riferimento, la tragica morte del papà in un terribile incidente d’auto, e infine la bocciatura alla nuova scuola, su cui aveva tanto investito.

Che fatica rimettere insieme i pezzi e ricostruirsi in un ambiente nuovo e così diverso! Nonostante le grandi difficoltà non si perde d’animo. Con l’aiuto degli educatori e il sostegno dei nuovi amici incontrati in comunità, si rimette in piedi: affronta con successo un nuovo anno scolastico; si inserisce nella realtà dell’oratorio e, soprattutto, rivede la mamma, il fratello e i nonni con una nuova serenità e consapevolezza, quella di chi ha fatto un percorso di cura e di crescita e che, dopo la tempesta, torna a vedere il sole. Andrea insomma ricomincia a sorridere e, con il sorriso, è arrivata per lui l’occasione di essere accolto in un’altra famiglia, non la sua, purtroppo, perché non è ancora in grado di garantirgli una crescita sana.

Andrea è stata fortunato, ha trovato sulla sua strada tante opportunità di aiuto; ma è stato anche molto bravo: le ha sapute cogliere e ottimizzare al meglio.

Da qualche settimana Andrea è in affido e nonostante sia molto distante da FATA, è sempre in contatto con gli amici e gli educatori di FATA e sono già in programma delle visite. Non vediamo l’ora di rivederti (felice) caro Andrea!!!

La storia di Sam e dell’affetto che si moltiplica

sorriso arancione

Abbiamo conosciuto Sam quando aveva solo sei mesi. L’abbiamo ospitato per qualche giorno insieme alla sua mamma perché la comunità “mamma-bambino” dove si trovavano era stata distrutta dal terremoto. Sam e la mamma sono poi stati trasferiti in un’altra comunità “mamma-bambino” dove la signora, aiutata da educatori e psicologi, avrebbe dovuto affrontare i suoi problemi di tossicodipendenza e ricostruire il rapporto con il figlio piccino. Ma gli adulti non sono sempre forti come vorrebbero e superare le dipendenze è un percorso impervio e faticoso. Così il Tribunale per i Minori e i servizi sociali hanno deciso di separare Sam e la sua mamma, per dare ad entrambi la possibilità di crescere senza preoccuparsi troppo l’uno dell’altro.

Ecco che Sam, a sedici mesi, ritorna in FATA. E’ un bambino molto dolce e sorridente ma la trascuratezza subita l’ha reso un bimbo all’apparenza “ritardato”: non cammina, non parla e sembra intimorito dalla figura dell’adulto. Tutta l’equipe educativa ha lavorato offrendo a Sam le attenzioni, l’affetto e soprattutto gli stimoli che la sua mamma non avevo potuto dargli, permettendogli così di recuperare, piano piano, le competenze psico-cognitive adeguate alla sua età e di rielaborare la figura di attaccamento. Nel frattempo Sam ha continuato a vedere la mamma e il papà in “visite protette” ossia alla presenza di un educatore che li ha aiutati a mettersi in relazione in modo sano e positivo.

Oggi Sam ha 4 anni: è un bambino solare, chiacchierone, giocherellone, in grado di relazionarsi positivamente con gli adulti e con gli altri bambini presenti in comunità; ha imparato ad abbracciare forte gli amici e a rivolgersi agli adulti se qualcosa lo preoccupa. Purtroppo non si può dire la stessa cosa dei genitori. Nonostante i passi avanti, che dobbiamo riconoscere e valorizzare, non hanno superato del tutto i problemi con le dipendenze e non sono quindi in grado di prendersi cura autonomamente del figlio.

Per Sam però è arrivato il momento di lasciare la comunità e di ritrovare il calore di una famiglia: per questo si pensato ad un progetto di affido e una famiglia di FATA è parsa l’ideale per lui. Questa famiglia ha un’altra caratteristica speciale: ha preso a cuore anche la situazione dei genitori, rendendosi disponibile per fare un percorso di affiancamento con la mamma e il papà naturali di Sam, affinché possano diventare dei buoni genitori e, forse, in futuro, ricostituire la loro famiglia. Insomma una famiglia che prende in affido un’altra famiglia: bellissimo!

Non sappiamo come andrà. Per ora siamo felici che l’affetto intorno a Sam si sia moltiplicato: due mamme, due papà e tanti nuovi fratelli!

La storia di E. e del senso del lavoro nelle comunità educative per minori

Perché i servizi sociali allontano i bambini dai loro genitori? E perché non mandarli subito in un’altra famiglia con due nuovi genitori invece di farli vivere in una comunità? Sono domande che ci sentiamo spesso porgere da aspiranti volontari o sostenitori che si avvicinano a FATA commossi dalla sorte di questi bambini e incapaci di arrendersi all’idea che non tutte le mamme e i papà vogliono il bene dei propri figli e che i servizi sociali non sono i cattivi della storia. La maggior parte dei nostri bambini ha alle spalle storie drammatiche. I servizi sociali sono intervenuti per difenderli  e li hanno inseriti in comunità per proteggerli.

Così è stato anche per E., una ragazzino di 14 anni, accolto in Fata da 4 anni. Ogni bambino reagisce in modi e tempi diversi alle esperienze dolorose che ha vissuto. Ci sono bambini che sviluppano precocemente sintomi di varia natura e gravità, anche di tipo psicotico; altri bambini, che “sembrano” indifferenti, illesi, reagiscono e affrontano più avanti negli anni (spesso in età adolescenziale o adulta) il trauma subito. Come operatori sociali, il nostro compito è quello di stare accanto a loro ed aiutarli ad affrontare, a gestire e superare il loro dolore, quando sarà il momento e attivando tutte le risorse necessarie.

E. sembrava appartenere a questa seconda categoria: sembrava aver raggiunto una sua tranquillità ed equilibrio. Per questo, dopo 4 anni in comunità e dopo aver verificato l’impossibilità del rientro nella famiglia d’origine, noi operatori di FATA, insieme ai servizi sociali di riferimento, abbiamo valutato opportuno l’avvio di un progetto di affido e individuato la famiglia affidataria tra le famiglie dell’associazione. All’improvviso alcuni fatti apparentemente banali della quotidianità hanno fatto riaffiorare in lui il ricordo dei maltrattamenti subiti. L’angoscia e il dolore riemersi sono stati così forti da rendere necessario il ricovero in ospedale e l’avvio di cure di tipo neuropsichiatrico. Nel corso di circa un mese, l’emergenza è stata superata. Le cure prontamente attivate hanno fatto si che la situazione migliorasse giorno dopo giorno, scongiurando così il ricovero in una comunità terapeutica. Ma la cosa più sorprendente sono l’affetto e la motivazione della famiglia affidataria che, di fronte a tanta sofferenza e alle enormi conseguenti complicazioni e responsabilità, non si è tirata indietro ma ha confermato la sua disponibilità ad accogliere e aiutare E., ora più di prima. L’inserimento sarà rimandato di qualche mese, il tempo necessario affinché E. si riprenda e la famiglia si prepari adeguatamente ad accogliere lui, la sua sofferenza ma anche l’infinita gioia che saprà portare.

Questa storia vuole raccontare non solo la generosità di questa famiglia affidataria ma anche il senso delle comunità educative come quelle di FATA. E., come la maggior parte dei bambini che ha vissuto esperienze di maltrattamento e abusi, una volta allontanati dalla famiglia d’origine, difficilmente sono subito pronti all’inserimento in un’altra famiglia. Quasi tutti hanno bisogno di un periodo in comunità dove professionisti competenti possono aiutarli ad affrontare le esperienze subite, ad avere di nuovo fiducia negli adulti, a ritornare in qualche modo bambini e pronti ad essere di nuovo figli. Questo è un percorso complesso che necessità di amore ma anche di competenze che normalmente le famiglie affidatarie non hanno. Per questo è fondamentale il ricorso alle comunità educative.

Solo così l’affido potrà avere una chance di successo, quando tutti “i passaggi” di un complesso lavoro di rete (tra servizi sociali, Tribunale per i minori, comunità, famiglia d’origine e nuova famiglia affidataria) sono stati compiuti, a tutela del bambino e delle famiglie coinvolte.

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