SUPEREROI E PRINCIPESSE

Gabriele e Federica sono stati accolti nella Casa di Fata nello stesso periodo, 6 anni di età e due storie diverse alle spalle ma entrambi difficili, di abbandono e dolore.

Insieme hanno scoperto la serenità di un posto sicuro e protetto, dove nessuno poteva più far loro del male, la gioia di sentirsi accolti, amati e accuditi e la tranquillità derivante da una routine giornaliera (la colazione, la scuola, la merenda tutti insieme…) che donava sicurezza.

Insieme hanno imparato a fidarsi di nuovo degli adulti, hanno imparato che il mondo poteva essere un posto bello e felice e che intorno a loro potevano trovare tanti educatori che si prendevano cura di loro per davvero e tanti bambini che potevano diventare nuovi compagni di giochi e di vita.

Gabriele e Federica erano molto diversi: un maschietto intelligente e curioso, che amava giocare a calcio, leggere Harry Potter e sognare con i supereroi e una bimba che adorava le principesse, la danza e le favole a lieto fine, affettuosa e bisognosa di coccole. Due bambini con caratteri molto diversi, ma accomunati dallo stesso desiderio di famiglia.

Non è stato sempre facile infatti per loro crescere in una comunità, vedere altri bambini, che con il tempo erano diventati come fratelli, avere la gioia di una nuova famiglia, mentre loro diventavano grandi e il futuro rimaneva incerto.

Insieme hanno anche imparato a reagire, a diventare coraggiosi e resilienti: bambini speciali con risorse speciali, un po’ fatati.

A 12 anni hanno ricevuto insieme la gioia più grande, proprio come nelle favole: Gabriele ha trovato una famiglia desiderosa di adottarlo, nonostante non fosse più piccolissimo, due genitori con cui è nato da un subito un legame forte e speciale.

Federica ha invece trovato una coppia generosa che ha deciso di accoglierla in affido, di offrirle la possibilità di poter sperimentare cosa vuol dire vivere in una famiglia vera, la gioia di avere due nuovi genitori a cui potersi affidare e con cui poter crescere.

Gabriele e Federica: un piccolo grande supereroe e una dolce principessa ballerina che hanno avuto la gioia di vedere il loro sogno più grande realizzarsi e a cui auguriamo il futuro più bello che le favole possono regalare.

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Intervista alla nostra cuoca

La cuoca della CASA DI FATA vi racconta la sua storia e la ricetta di un suo piatto forte

 

Da quanto tempo lavori in fata?

Dal 2001, quindi sono 17 anni, un bel pezzetto di vita.

 

Cosa si respira a tavola durante la cena?

Una gran baraonda J Il clima non è troppo ordinato ma con tanti bambini come può esserlo? C’è più un clima di festa perché i bambini amano molto il momento della cena, raccogliersi intorno al tavolo tutti insieme.

 

Cosa è cambiato nel tempo?

All’inizio i bambini erano pochi, la prima comunità ospitava solo 5 bambini, adesso sono molti di più e a cena a volta arriviamo ad essere anche in 20 con educatori e volontari. Abbiamo fatto anche tante feste  con bambini, volontari, dipendenti per cui ormai dopo tanti anni sono abituata a cucinare per tante persone e mi piace. L’unico problema è che a volte siamo un po’ stretti essendo così tanti quindi ci dobbiamo dividere (un gruppo in sala e uno in veranda).

 

Uno dei ricordi più belli?

Sono tanti…il primo che mi viene in mente è un ricordo dei primi tempi che ero qui…c’era questo bambino piccolo a cui io ero molto affezionata, era  sul triciclo che mi guardava e a un certo punto mi dice “Sai che tra 15 giorni vedo il mio papà e andiamo al ristorante?”…mi ha fatto tanta tenerezza perché sapevo che non era vero, il papà non l’aveva mai riconosciuto. A volte li portavo anche a casa ed era molto bello per me.

Anche quando è arrivato il primo bambino è stato bellissimo: Fata ha aperto a settembre nel 2001 ma per 5 mesi non abbiamo avuto bambini. Noi credevamo tanto in questo progetto, in questa iniziativa e quando è arrivato O., il primo bambino, è stato bellissimo e molto emozionante. Poi piano piano ne sono arrivati altri fino ad arrivare ad oggi che non abbiamo abbastanza posti letto per tutti. I ricordi belli sono tanti, tutti i momenti di festa con i bambini o quando ci siamo trasferiti nella nuova comunità, dove siamo ora, che è uno spazio grande e bello, con il cortile per i bambini…

A volte mi sento un po’ stanca, sento che ho bisogno di riposo, ma poi quando sono a casa ho voglia di venire dai bambini, mi piace il mio lavoro, vengo sempre contenta a lavorare anche dopo tanti anni. Per me cucinare per questi bambini è una coccola, mi piace tanto. Anche perché mi danno tanta soddisfazione, rimango sempre stupita dal fatto che mangiano tutto con gusto, anche le verdure! La cosa più assurda è mi chiedono sempre tutti il bis del minestrone, della pastasciutta magari no ma del minestrone sempre.

 

Un bambino che ti è rimasto nel cuore?

M., perché è arrivato piccolino ed è stato il primo bambino ad andare via in adozione. Non ero abituata come ora al fatto che i bambini potessero andare via, quindi ho pianto tanto. Poi con il tempo mi sono abituata e ho imparato ad essere contenta per loro quando se ne vanno perché so che vanno a stare bene con una nuova famiglia.

Ero molto affezionata anche a G. ed E. che quando sono arrivati erano molto piccoli, avevano pochi mesi.

Sono affezionata a tutti ma quando arrivano che sono molto piccoli, il distacco è più difficile.

 

La ricetta di un tuo piatto forte?

Facciamo il tiramisu che ai bambini piace tanto.

Io mescolo 10 tuorli con 10 cucchiai di zucchero e, separatamente, monto a neve i  10 albumi. Poi aggiungo 1 kg di mascarpone ai tuorli con lo zucchero e mescolo tutto aggiungendo anche gli albumi montati. Poi faccio il caffè, bagno i savoiardi nel caffè e faccio gli strati; alla fine copro tutto con il cacao amaro. E’ una ricetta semplicissima ma ai bambini piace tanto e me lo chiedono in continuazione.

 

 

 

Intervista a una famiglia appoggio

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  • Che tipo di affido state facendo?

Da circa un anno stiamo facendo da famiglia appoggio per un bambino di dieci anni. (Le famiglie appoggio accolgono un bambino in momenti precisi della giornata o per momenti particolari e si offrono come un punto di riferimento e di sostegno,  come figure di adulti positive. La famiglia appoggio permette inoltre di far sperimentare al bambino un contesto familiare sano e sereno, in modo che sia poi in grado di riproporlo da adulto *ndr)

 

  • Che cosa vi ha spinto a diventare famiglia appoggio, quale è stata la vostra motivazione?

E’ stata quella di poter dare aiuto a un bambino: pensavamo di avere del tempo da dedicare, delle energie da poter offrire a questo scopo

 

  • Avete pensato a come l’esperienza del affido poteva migliorare o peggiorare la vostra vita?

Pensavamo che potesse migliorare la nostra vita, pensavamo che avere un altro elemento nelle nostra famiglia potesse essere un  completamento per noi. Potevamo inoltre sentirci utili aiutando un bambino a crescere, aiutandolo a sperimentare  la normalità, la realtà di una famiglia  diversa da quella a cui era abituato.

 

  • Avete voglia di raccontarci brevemente la vostra quotidianità con questo bambino?

Il bambino arriva da noi durante la settimana, di sera, accompagnato da una educatrice della comunità. Quando arriva di solito ha già cenato per cui abbiamo tempo per stare insieme. Pensavo che quest’ora prima di andare a dormire corresse velocemente e che non avessimo tempo in realtà di fare molto, invece mi sono resa conto che abbiamo la possibilità di fare attività anche ripetitive ma che a lui permettono di entrare in un contesto di  vita ordinaria. Piccoli attività manuali, la lettura e la visione di cartoni animati sono piccole cose che veramente fanno sentire una famiglia. In ogni caso siamo in casa, siamo in un contesto familiare e questo gli permette di percepire la quotidianità e la normalità di una famiglia. Non c’è nulla di straordinario, non facciamo uscite particolari ma siamo una costante a cui può fare riferimento.  Al mattino lo riportiamo in comunità.  Un paio di volte alla settimana invece andiamo noi a prenderlo a scuola e cena insieme a noi. In questo modo abbiamo un po’ più tempo per stare insieme, spesso ci dedichiamo alla cucina e il sabato mattina o la domenica mattina ci capita di fare i dolci insieme. Questa è un’attività che vedo che lo entusiasma. Altre volte facciamo cose semplicissime come uscire per andare al parco insieme a portare fuori il cagnolino e anche questo vedo che è un’attività che a lui piace moltissimo.

 

  • Se dovesse pensare a tre difficoltà in questa esperienza di famiglia appoggio, quale sono? Quale potrebbero essere?

La maggiore difficoltà è relativa al fatto di dover garantire una presenza costante soprattutto al mattino per riportarlo in tempo per andare a scuola. Ci vuole un po’ di impegno, un po’ di serietà in questo ma si tratta di difficoltà facilmente superabili. Le eventuali attività da fare insieme sono inoltre da pensare con un po’ di anticipo, da valutare e non si può improvvisare. Un’altra difficoltà è relativa al fatto di dover affrontare qualche momento di tristezza nel bambino, rendersi conto che magari ha qualche pensiero per la testa: questo magari mette un po’ di difficoltà perché non sai come porti la maniera migliore.

 

  • Invece se vi dovessi chiedere tre aspetti positivi di questa esperienza? Quale potrebbero essere?

E’ un esperienza molto appagante perché comunque lui entra sempre in casa in maniera gioiosa. E’ sempre contento quando arriva e al mattino mentre si prepara in bagno canta. Lo vedo un completamento del nostro essere famiglia e vedo che anche da parte sua rappresentiamo la stessa cosa. Questo è sicuramente l’aspetto positivo più grande. Si vede che il bambino è un libro con delle pagine bianche e gli fa piacere scriverle insieme a noi. Tante cose per lui sono LA prima volta: di fronte a queste prime volte non ha un atteggiamento di repulsione ma le accetta, si dimostra curioso e questa è una cosa bella. Un’altra cosa meravigliosa è poter vedere i progressi, vederlo cambiare. In un anno lo abbiamo visto proprio migliorare. Poi ci sono altri aspetti positivi come il rapporto che ha instaurato con l’altro figlio che abbiamo, con il nostro figlio biologico.

 

  • Avete in mente un gesto che il bimbo che avete in appoggio ha fatto con voi o per voi che vi ha lasciato stupiti in maniera positiva?

Mi ha stupito positivamente che dopo un po’ di mesi una mattina quando si è svegliato d’impulso mi ha abbracciato.  Anche se poi non si è ripetuto, ho sentito che proprio mi vuole bene e mi ha colpito la spontaneità di quel gesto. Penso alle piccole cose, al fatto che ha preso le piccole abitudini della nostra famiglia, le ha assorbite, se ne è appropriato…la colazione in una certa maniera, la tazzina in certo modo…ecco già dalla colazione mi accorgo che è parte della nostra famiglia.

 

  • In questa esperienza di appoggio, siete supportati, siete seguiti?

Sicuramente siamo seguiti della comunità di Fata. E’ utile perché c’è molta collaborazione sia a livello organizzativo che psicologico per aiutarci a capire gli aspetti comportamentali del bambino. E’ anche di aiuto il fatto di sapere di poter contare su un supporto anche se in questo momento il bambino è talmente tranquillo che non ne necessitiamo. Sapere però che nell’eventualità ci si può rivolgere alla comunità ed avere il loro supporto è importante.

 

  • Ci son altre cose che volete aggiungere? Riflessioni?

Penso che lo rifarei. Lo rifarei sicuramente, è un’esperienza che ti apre la mente verso un mondo che prima non conoscevi.  C’è un velo di tristezza nel pensare alle situazioni che ci sono dietro però sono realtà che esistono e non sarebbe neanche giusto mettersi le fette di salame sugli occhi.

 

MARCELLO: DA FATA A VIGILE DEL FUOCO

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Mi chiamo  Marcello, e ora ho 23 anni e vivo a Castano Primo, in provincia di Milano.

Per tre anni e mezzo, da quando avevo 11 anni, ho vissuto in Fata e dico con gioia che ho avuto e ho tutt’ora la soddisfazione di aver vissuto e di esser cresciuto in una grande famiglia, dove ho potuto fare un grande percorso di vita e imparare moltissime cose.

Grazie alla comunità sono riuscito a trovare nella mia esistenza tutta quella positività che non riuscivo a trovare da solo, ma che sono riuscito invece ad avere grazie agli educatori, ai volontari e anche ai compagni che affrontavano con me quella stessa avventura.

Dopo il mio percorso in comunità sono rientrato a casa più forte, ho affrontato tutte le varie vicissitudini che ho incontrato e ho lottato per realizzare un sogno di quando ero bambino: il 27 aprile mi hanno decretato vigile del fuoco! Sto ancora studiando, ma il mio obiettivo è quello e sono determinato a raggiungerlo.

Essere cresciuto in questa enorme famiglia piena di attenzioni e impegno verso il prossimo mi ha permesso di tirarmi su ritrovando serenità e sicurezza, dandomi la fiducia di poter credere in me e nei miei sogni…Anche oggi, a distanza di tanti anni, ogni volta che arriva un nuovo giorno, apro gli occhi e mi ricordo pezzo per pezzo la mia vita vissuta assieme a persone speciali…E dentro me li amo come una famiglia!!

Un’abbraccio a tutti!!!!!!!

Marcello

UNA CAMPIONESSA tra di noi: piovono medaglie!

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Sabato 25 febbraio 2017 si è svolta la prima gara di Acrogym a livello agonistico per la nostra piccola S.

Grande era l’entusiasmo e l’emozione nel vedere la nostra giovane atleta mentre sfilava con la sua squadra Idrostar Gym: il suo sorriso e il portamento elegante ci hanno reso ancor più orgogliosi di essere lì con lei, per darle il nostro supporto.

  1. si è esibita in due coreografie, in coppia con due diverse atlete della sua squadra: queste giovani ginnaste hanno dimostrato di essere all’altezza della competizione, eseguendo i vari esercizi e le acrobazie con grande abilità.

I volontari presenti hanno fatto per noi numerose foto per immortalare questi momenti e noi tutti, coi bambini presenti, abbiamo fatto un gran tifo, con l’entusiasmo che ci caratterizza.

Che orgoglio vederti sul podio, piccola S, con la medaglia al collo del Primo e Secondo posto.

Vederti brillare come una stella ti ha ripagato di tutti gli sforzi e l’impegno di questo periodo! Brava piccola stella gialla e blu!!!!!!

La storia di Erika: un amore di bambina

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Erika è arrivata in FATA da una comunità mamma-bambino. A due anni si trovava in uno stato di abbandono fisico ed emotivo, la sua mamma era malata e sotto psicofarmaci e non riusciva ad occuparsi di lei con le dovute cure. La bimba era molto autonoma, si coccolava e persino si cantava le ninne nanne da sola. Sul suo papà non aveva mai potuto contare più di tanto, nemmeno quando erano a casa insieme, anche se quel periodo era durato molto poco. Quello che tutti notavano in Erika, oltre una grande irregolarità, per cui non aveva orari, stava sveglia di notte e dormiva a lungo di giorno e non mangiava correttamente, era una sensibilità particolarissima, in grado di cogliere le sfumature dell’umore dell’adulto e di adattarsi al suo stato d’animo. Probabilmente aveva dovuto fare allenamento, con una mamma un po’ imprevedibile come la sua.

Col trascorrere del tempo, Erika comincia a trovare all’interno dell’equipe educativa dei punti di riferimento, si rasserena, si stabilizza e tira fuori tutto quel lato spensierato e divertente che inizialmente teneva un po’ nascosto. Diventa una bambina solare, con due occhi brillanti e pieni di energia, amata da tutti i compagni della comunità e dagli adulti che con lei si interfacciano, volontari ed educatori. E’ indubbiamente anche una bambina molto determinata e testarda, con un carattere molto forte.

Inizialmente vede i genitori in Spazio neutro, poi però questi incontri le provano sofferenza e così i Servizi Sociali e il giudice stabiliscono che per lei la strada migliore è quella dell’adozione.

Trovano per lei due genitori molto coraggiosi e volenterosi, che devono mettere in gioco molte delle loro capacità e tirar fuori molta pazienza perché Erika fa molta fatica a lasciare la comunità e le persone che si sono prese cura di lei fino a quel momento. La coppia è molto unita, e riesce a rispettare i tempi della bambina, più lunghi di quello che si pensava inizialmente.

Erika ora è con dei nuovi genitori, persone speciali che l’hanno voluta profondamente e che ad oggi ritengono che lei sia un dono speciale, uno di quelli che fa pensare che il Natale viene anche in altri momenti dell’anno, se lo si cerca con gli occhi del cuore.

PIETRO E STEFANO, FRATELLI IN CERCA DI UNA MAMMA E UN PAPA’

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Pietro e Stefano sono proprio piccini quando arrivano in comunità. Mancano cinque giorni a Natale, ma per loro, che hanno solo diciotto e sei mesi, ancora è un giorno come tanti altri.

Entrano in un ambiente completamente nuovo, con tanti altri bambini e tante educatrici, dopo essere stati lasciati dai genitori al Servizio Sociale. Mamma e papà non riuscivano a occuparsi di loro, erano in difficoltà, non capivano quale fosse davvero il bene dei loro bambini e hanno preferito chiedere ad altri di prendersene cura.

Da subito sono apparsi due bimbi con caratteri molto diversi e con modalità differenti di approcciarsi all’altro.

Stefano, di sei mesi, non mangiava e non dormiva, era stato poco stimolato, non era abituato al contatto fisico, non faceva mai sorrisini e non seguiva neanche con lo sguardo chi cercava di parlargli.

Pietro, al contrario, era tutto abbracci e baci, affamato d’affetto. Non gli interessava chi fosse l’adulto che aveva davanti, bastava che lo guardasse e lui gli si gettava in braccio con entusiasmo, ricercando un po’ di affetto e di amore.

Durante la permanenza in comunità, i fratellini hanno costruito relazioni importanti con adulti che si sono piano piano scelti. Stefano è diventato meno diffidente e ha imparato a giocare con gli altri bimbi. Pietro, è diventato più selettivo, imparando a non ricercare amore da tutti, ma a scegliere le persone per lui speciali con cui legare. Entrambi hanno imparato a fidarsi degli adulti.

Hanno fatto un percorso di crescita non solo emotiva, ma anche fisica, aiutati anche da incontri di psicomotricità che hanno permesso loro di acquisire più sicurezza e più fluidità nei movimenti, recuperando una parte di insegnamenti che loro non avevano vissuto.

Inoltre nel tempo hanno continuato a incontrare i genitori, dapprima abbastanza spesso, poi pian piano sempre meno. E’ apparso chiaro che non ci sarebbero state le basi per una ricostruzione di un’unità familiare solida e positiva e che il futuro per i fratellini, per essere roseo, doveva essere indirizzato altrove.

Per loro alla fine è arrivato, dopo il secondo Natale trascorso in comunità, il momento di affrontare la nuova bellissima avventura dell’ adozione.

Il tribunale ha scelto di tenerli insieme, trovando per loro una famiglia senza figli, con molto entusiasmo e molte energie, che indubbiamente sono servite per costruire coi bambini un rapporto. All’inizio non è stato facile. Entrambi hanno messo alla prova i nuovi genitori, per assicurarsi di potersi affidare e fidare, per essere certi che queste persone non li avrebbero abbandonati di nuovo da qualche parte, che non si sarebbero arresi davanti ai loro aspetti più faticosi e difficili da gestire, che li avrebbero amati sempre e comunque.

La famiglia è stata bravissima, li ha accolti con coraggio e fermezza. Ha trovato un’armonia coi i bambini, collaborando anche con le educatrici che hanno accompagnato questo avvicinamento.

 Ora è trascorso un mese da quando sono andati via insieme, per iniziare la nuova vita.

Sembra proprio che sia nata una nuova famiglia desiderosa di fare tante cose insieme e di vivere al meglio tutte le fatiche e le gioie che si troveranno davanti. In bocca al lupo, piccoli fratellini!

Natale in famiglia per il nostro Christian

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Christian è arrivato in comunità cinque anni fa. Molto diffidente e strafottente all’apparenza, si è poi rivelato un ragazzino dolce e sensibile, con tante fatiche nel cuore che gli hanno fatto perdere la spensieratezza di bambino, facendolo sentire già grande. A prima vista sembrava un ragazzino chiuso, riservato, imbronciato e un po’ malinconico, ma bastava parlargli per capire come in realtà fosse tutta una messa in scena e come lui fosse ben diverso da come voleva apparire agli occhi degli altri.

Nel periodo trascorso in FATA Christian ha trascorso momenti belli ma ha anche affrontato problemi e difficoltà enormi per un ragazzino della sua età. Ha tentato anche la “soluzione” della fuga e ci ha fatto tanto preoccupare quando è scappato trascorrendo fuori tutta una notte (infinita per i suoi educatori). Ma la fuga è stata anche il momento di svolta: già il giorno successivo Christian è rientrato, chiedendo scusa e rendendosi conto che dalla sofferenza è impossibile scappare. La sofferenza non è legata a un luogo, ma ce la si porta dentro e se non la affrontiamo e non cerchiamo di superarla, sarà sempre con noi, ovunque andremo. Il raggiungimento di questa consapevolezza è stato il punto di partenza del cambiamento e della rinascita di Christian.

Ha infatti iniziato a vivere le cose con uno spirito differente, a cercare di ricostruirsi e di affrontare (e non di fuggire) le difficoltà vecchie e nuove. Ha deciso di dare una seconda opportunità al papà, dapprima aprendosi e tirando fuori il suo punto di vista con molta rabbia, poi, in un secondo momento, ascoltando le ragioni del padre e riuscendo così ad entrare in rapporto con lui in modo più sereno e costruttivo. Parallelamente, anche il papà ha iniziato un percorso di cura, aiutato dai Servizi Sociali e dagli operatori dello Spazio Neutro di FATA, che hanno lavorato sulla mediazione e sulla costruzione di un dialogo sano e autentico.

Padre e figlio sono così riusciti a instaurare una relazione significativa e proprio per Natale è arrivata la notizia ufficiale: Christian tornerà a vivere con il papà. Questo Natale ha portato davvero per loro nuove speranze, gioia e felicità. Auguri Christian, di tutto cuore da tutta FATA!

 

 

Andrea: in comunità per rimettere insieme i pezzi

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Andrea arriva in FATA nel 2013 e inizia a frequentare il centro diurno IL RIFUGIO. Questo perché la situazione all’interno della sua famiglia è molto faticosa: i genitori litigano di continuo, sono molto aggressivi e qualche volta violenti; spesso anche lui e il fratello vengono coinvolti in questi brutti conflitti. Le cose però peggiorano sempre più. Mamma e papà stanno male, abusano di farmaci e non sempre sono lucidi e adeguati con i figli. Il fratello di Andrea è maggiorenne e decide di allontanarsi da casa. Ma Andrea no e va protetto. Per questo i Servizi Sociali decidono che il centro diurno non basta più e Andrea viene inviato in comunità.

Per un primo periodo frequenta EOS, la comunità per i più piccini, poi, diventato grande, passa alla comunità EOS2, dove da subito instaura buone relazioni con gli altri ragazzini, tutti preadolescenti come lui. Il primo anno però è davvero molto difficile per Andrea: l’allontanamento dai genitori che, per quanto inadeguati, erano l’unico suo punto di riferimento, la tragica morte del papà in un terribile incidente d’auto, e infine la bocciatura alla nuova scuola, su cui aveva tanto investito.

Che fatica rimettere insieme i pezzi e ricostruirsi in un ambiente nuovo e così diverso! Nonostante le grandi difficoltà non si perde d’animo. Con l’aiuto degli educatori e il sostegno dei nuovi amici incontrati in comunità, si rimette in piedi: affronta con successo un nuovo anno scolastico; si inserisce nella realtà dell’oratorio e, soprattutto, rivede la mamma, il fratello e i nonni con una nuova serenità e consapevolezza, quella di chi ha fatto un percorso di cura e di crescita e che, dopo la tempesta, torna a vedere il sole. Andrea insomma ricomincia a sorridere e, con il sorriso, è arrivata per lui l’occasione di essere accolto in un’altra famiglia, non la sua, purtroppo, perché non è ancora in grado di garantirgli una crescita sana.

Andrea è stata fortunato, ha trovato sulla sua strada tante opportunità di aiuto; ma è stato anche molto bravo: le ha sapute cogliere e ottimizzare al meglio.

Da qualche settimana Andrea è in affido e nonostante sia molto distante da FATA, è sempre in contatto con gli amici e gli educatori di FATA e sono già in programma delle visite. Non vediamo l’ora di rivederti (felice) caro Andrea!!!

La storia di Sam e dell’affetto che si moltiplica

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Abbiamo conosciuto Sam quando aveva solo sei mesi. L’abbiamo ospitato per qualche giorno insieme alla sua mamma perché la comunità “mamma-bambino” dove si trovavano era stata distrutta dal terremoto. Sam e la mamma sono poi stati trasferiti in un’altra comunità “mamma-bambino” dove la signora, aiutata da educatori e psicologi, avrebbe dovuto affrontare i suoi problemi di tossicodipendenza e ricostruire il rapporto con il figlio piccino. Ma gli adulti non sono sempre forti come vorrebbero e superare le dipendenze è un percorso impervio e faticoso. Così il Tribunale per i Minori e i servizi sociali hanno deciso di separare Sam e la sua mamma, per dare ad entrambi la possibilità di crescere senza preoccuparsi troppo l’uno dell’altro.

Ecco che Sam, a sedici mesi, ritorna in FATA. E’ un bambino molto dolce e sorridente ma la trascuratezza subita l’ha reso un bimbo all’apparenza “ritardato”: non cammina, non parla e sembra intimorito dalla figura dell’adulto. Tutta l’equipe educativa ha lavorato offrendo a Sam le attenzioni, l’affetto e soprattutto gli stimoli che la sua mamma non avevo potuto dargli, permettendogli così di recuperare, piano piano, le competenze psico-cognitive adeguate alla sua età e di rielaborare la figura di attaccamento. Nel frattempo Sam ha continuato a vedere la mamma e il papà in “visite protette” ossia alla presenza di un educatore che li ha aiutati a mettersi in relazione in modo sano e positivo.

Oggi Sam ha 4 anni: è un bambino solare, chiacchierone, giocherellone, in grado di relazionarsi positivamente con gli adulti e con gli altri bambini presenti in comunità; ha imparato ad abbracciare forte gli amici e a rivolgersi agli adulti se qualcosa lo preoccupa. Purtroppo non si può dire la stessa cosa dei genitori. Nonostante i passi avanti, che dobbiamo riconoscere e valorizzare, non hanno superato del tutto i problemi con le dipendenze e non sono quindi in grado di prendersi cura autonomamente del figlio.

Per Sam però è arrivato il momento di lasciare la comunità e di ritrovare il calore di una famiglia: per questo si pensato ad un progetto di affido e una famiglia di FATA è parsa l’ideale per lui. Questa famiglia ha un’altra caratteristica speciale: ha preso a cuore anche la situazione dei genitori, rendendosi disponibile per fare un percorso di affiancamento con la mamma e il papà naturali di Sam, affinché possano diventare dei buoni genitori e, forse, in futuro, ricostituire la loro famiglia. Insomma una famiglia che prende in affido un’altra famiglia: bellissimo!

Non sappiamo come andrà. Per ora siamo felici che l’affetto intorno a Sam si sia moltiplicato: due mamme, due papà e tanti nuovi fratelli!

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