Gli effetti benefici del multiculturalismo

novembre

Secondo la psicologia culturale (cultural psychology) ogni individuo è essenza della propria cultura. Il termine “cultura” difatti rappresenta un ambiente invisibile in cui siamo totalmente immersi, come indicato da Anolli (2006).

Secondo studi recenti di Richerson e Boyd (2005) la cultura è radicata nel cervello delle persone e ne assimilano le fondamenta. Tale nozione è alla base del concetto di monoculturalismo, aspetto primario caratterizzante la mente dell’essere umano agli inizi del XXI secolo (Anolli, 2006).

Una mente monoculturale coincideva con la rappresentazione di un’unica realtà possibile attraverso la quale l’individuo ne scaturiva propri modi di vedere, pensare e agire. Come conseguenza, insita nell’individuo si delineava una propria identità assoluta che permetteva di evolversi in ciò che la propria cultura permetteva di divenire.

Fin dagli scritti dello psicologo russo Lev Vygotskij (1896-1934), fondatore della scuola storico-culturale, si è posta attenzione all’influenza del contesto socio-culturale sullo sviluppo cognitivo. Secondo Vygotskij la cultura specifica in cui i bambini sono inseriti e le interazioni che instaurano influenzano lo sviluppo del bambino stesso, determinando una stretta correlazione tra apprendimento e crescita.  In questo modo risulta primaria e fondamentale l’interazione tra persone e idee, a differenza invece di quanto affermato da Jean Piaget (1896-1980), studioso della psicologia dello sviluppo per gran parte del ventesimo secolo (Shaffer, 2005), il quale concentrò i propri studi sull’interazione tra bambino e ambiente fisico non considerando importante la pressione culturale esercitata.

Col passare degli anni il concetto di monoculturalismo è diventato obsoleto, ai nostri giorni si necessitano capacità insite nell’essere umano come pensare, vedere e agire secondo le diverse situazioni culturali.

Iniziò a delinearsi in tal modo il concetto di multiculturalismo, in grado di far distinguere le diverse componenti etniche all’interno delle società odierne. Tale passaggio, dalla caratteristica di monoculturalità a quella di multiculturalità, appare importante poterlo sottolineare e definire tra le giovani e nuove generazioni, rendendo necessaria la collaborazione con le figure principali di riferimento di cui fanno parte non solo i genitori, ma anche insegnanti e operatori sociali. (Anolli, 2006).

L’impegno comune permetterebbe di generare una realtà sociale caratterizzata da rispetto, tolleranza e solidarietà, imparando a “riconcepire gli altri e noi stessi come esseri umani concreti e specifici, anziché come modelli culturali” (Sennett 2014, pag.100). Difatti, lo sradicamento dello “straniero” non deve essere percepito come un processo distorto, ma come una fase unica e individuale che possa amalgamarsi nella società stessa in cui avviene, riducendo o eliminando la sensazione diffusa della diversità. Proprio tale diversità può essere alla base del disagio emotivo insito nello straniero, che percepirebbe i suoi comportamenti come sbagliati e fonte di vergogna, col rischio conseguente di scalfire la propria integrità morale (Sennett, 2014).

In merito a queste considerazioni, all’interno dell’associazione Fata Onlus è avvenuto recentemente l’ingresso di due ragazze straniere, già in Italia da qualche tempo ma mai rapportate a una realtà di convivenza quotidiana con altre coetanee di etnie differenti dalla loro.

Nonostante la difficoltà iniziale che possa scaturire da tali interazioni, la loro integrazione nel gruppo comunitario è avvenuta e sta tuttora avvenendo naturalmente, come se le tante e differenti culture incontratesi non siano fonte di diniego e imbarazzo, bensì di apprendimento, crescita personale e interpersonale. Il luogo comunitario diventa così una piccola parte di quella realtà sociale in cui gli altri sono concepiti, secondo le parole di Sennett (2014), come esseri umani a tutti gli effetti, e non solo come semplici modelli culturali.

Il riconoscimento e l’accettazione delle differenze culturali porta ad amplificare il proprio bagaglio di conoscenza, imparando quali e quanti altri modi di vivere possano esistere e coesistere. Come esempio concreto all’interno della comunità Fata Onlus è stata riconosciuta e apprezzata la cultura differente attraverso la condivisione di usanze, modi di vestire e stile culinario, accettandone di buon grado colori, odori e sapori, più forti e maggiormente intensi rispetto alla tradizione italiana. Domenica 25 Giugno si è svolta la festa di fine Ramadan, alla quale le due ragazze avevano partecipato rispettando l’usanza tipica della loro cultura di provenienza. Il Ramadan difatti è il nono mese dell’anno nel calendario lunare musulmano, definito “sacro” e in cui si pratica il digiuno (dall’aurora al tramonto) dedicato alla preghiera, meditazione e autodisciplina. La fine di tale periodo è stata celebrata dalle due ragazze in comunità con una cena alla base di piatti tipici, creando un amalgamarsi di culture e tradizioni che ha permesso di far trascorrere un momento di pace e serenità.

L’accettazione delle differenze culturali diventa terreno fertile per la convivenza, la socializzazione e la crescita, che rendono possibile lo sviluppo dell’adolescente e la sua formazione in un adulto con buone caratteristiche. Inoltre, si permette allo “straniero” di riconoscersi in un mondo estraneo e rimanere in contatto con la propria nazionalità, senza che possa andare incontro a una condizione deficitaria di svilimento (Sennett, 2014).

Da tali piccole e importanti realtà sociali come quelle comunitarie, la speranza è che tali sviluppi possano trasmettersi in ulteriori contesti di vita e nel mondo.

Una frase che riassume il concetto sopra esposto alla base di noi esseri umani è quella di Isaiah Berlin, nel suo saggio Vico ed Herder:

Sono le differenze che importano di più, poiché sono esse a farli ciò che sono, a renderli se stessi.” (Sennett 2014; Berlin 1978, pag. 71).

Dott.ssa Pamela Liuzzo

 

Bibliografia:

Anolli L., La mente multiculturale. Editori Laterza, 2006

 

Sennett R., Lo straniero. Feltrinelli Editore Milano, 2014

 

Shaffer R., Lo sviluppo emotivo. In: Shaffer R., Psicologia dello sviluppo. Raffaello Cortina Editore, 2004

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